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Autore: Anna
Carletti
Titolo :Convegno "Costruire
l'insegnamento-Costruire l'apprendimento"
Anno e N°: 2002
Casa Editrice:.OPPI
Luogo: Milano
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Questo
contributo nasce dalle osservazioni svolte in tre anni di lavoro con le
mappe concettuali ed altri modelli cognitivi all’interno di un progetto
didattico
che aveva come principali obiettivi quelli di:
·
sviluppare negli alunni competenze e strategie per l’apprendimento,
unitamente ad una maggiore consapevolezza dei propri meccanismi di pensiero,
attraverso un graduale inserimento nella didattica curricolare di modalità
di elaborazione delle conoscenze mutuate dalle scienze cognitive, dalle
teorie costruttiviste
e dai modelli di apprendimento cooperativo;
·
coinvolgere gradualmente i docenti delle classi per far
sperimentare loro modalità didattiche diverse, più attente ai
processi di apprendimento degli alunni e più aperte verso i loro
interessi e la loro sfera emotiva. In un certo senso anche gli insegnanti
si sono accostati, insieme ai propri studenti, ad un modo diverso di pensare
il proprio ruolo e di relazionarsi.
I docenti che hanno aderito all’iniziativa
hanno scelto ad inizio anno un percorso di massima,
delineando brevemente l’argomento disciplinare o trasversale su cui intendevano
lavorare, sperimentando il diverso approccio proposto. Nel corso dell’anno
ci sono stati momenti di progettazione comune e di valutazione in itinere
della risposta della classe, in modo da rendere i docenti sempre più autonomi
nella gestione del lavoro sia dal punto di vista metodologico, sia da
un punto di vista tecnico informatico, quando l’attività prevedeva l’uso
del laboratorio.
Presupposti
teorici
Costruire
conoscenza consapevole implica una rivisitazione dei tradizionali
percorsi didattici; il nostro tentativo è stato quello di integrare fra
loro, in un’ottica di complessità reticolare, tre ambiti diversi ma interagenti,
che sono stati variamente combinati negli interventi in classe:
- i
modelli mentali tratti dalle scienze cognitive;
- l’apprendimento
cooperativo;
- gli
ambienti tecnologici.
1
- I modelli mentali
Ciascuno
di noi possiede una sorta di mappa mentale in cui sono organizzate tutte
le conoscenze personali. Questa “macro-mappa” è un insieme di schemi mentali interconnessi, costituiti da reti concettuali che riguardano
oggetti ed eventi.
E' possibile rendere espliciti
e visibili i processi di pensiero attraverso l'uso di modelli formalizzati
(frame, script, mappe concettuali, ecc.) che facilitano la riflessione
sui propri processi cognitivi, in quanto li esplicitano e rendono in un
certo senso “tangibile” il progressivo organizzarsi delle conoscenze.
Attraverso l’applicazione didattica di tali modelli, quindi, è più facile
superare i limiti tradizionali della
trasmissione di saperi e del conseguente studio mnemonico, a favore
sia di una costruzione di significati che ristrutturi la rete di saperi
preesistenti, integrandola con quelli nuovi, sia della graduale acquisizione
di competenze più profonde, quelle metacognitive.
Gli
schemi hanno una funzione interpretativa e predittiva della realtà, consentono
cioè di formulare aspettative e generare inferenze; consentono anche di
assimilare nuove informazioni mettendole in relazione con quelle preesistenti
attraverso l’azione della memoria semantica ed episodica.
Se esaminiamo lo schema di conoscenze di “scuola” a ciascuno verranno
in mente
rappresentazioni di oggetti (aule, banchi, astucci, libri…)
e di azioni e situazioni (lezione, lettura, ricreazione, dibattito,
verifica…).
Le rappresentazioni di oggetti e di azioni si integrano, così che per
formulare o interpretare correttamente la situazione “l’insegnante spiega
il testo di scienze”, sarà necessario avere una rappresentazione mentale
significativa di insegnante, di testo di scienze e dell’azione dello spiegare.
Il
processo di concettualizzazione avviene quindi attraverso due fondamentali
meccanismi che si strutturano nella prima infanzia a partire dall’esperienza
(cfr. ad esempio le ricerche di K. Nelson):
·
la strutturazione
formale degli eventi, cioè la costruzione di script
come scansione temporale di un avvenimento o di una procedura,
con tutte le sue varianti culturali e storiche(Figura1)
;
·
la rappresentazione
mentale di oggetti e delle loro caratteristiche, delle parti strutturali
e delle relazioni tra esse,
schematizzata nel frame.
Ad esempio il concetto di sedia implica la seduta, le gambe, lo schienale,
per arrivare a tutte le tipologie di sedie possibili e alle varianti quali
lo sgabello, il pouf e così via…
Il
bambino entro i primi due anni di vita inizia ad elaborare script legati
a situazioni contingenti che, ripetute più volte, consentono la formazione
di uno script più generale e decontestualizzato.
In
questo modo le azioni e gli oggetti utilizzati per compierle, diventano
progressivamente concetti.
Per assegnare un significato ad un oggetto il bambino lo colloca quindi
nei modelli di attività che conosce e da cui astrae i significati, costruendo
un frame del concetto.
Script e frame si richiamano
in un continuo intersecarsi di piani, che possono essere compresenti in
una mappa concettuale (Figura2).
Nella prassi didattica è opportuno scegliere inizialmente
concetti concreti e vicini all'esperienza personale per arrivare gradualmente
a quelli astratti e procedurali.
E’
importante che il docente riconosca quali concetti è più funzionale trattare
con il frame, quali con lo
script o con una mappa a seconda del tipo di lavoro che si propone. Ad
esempio lo script di “teatro” potrà essere utile per stendere un testo
narrativo, il relativo frame un testo descrittivo.
Lo script di una figura sociale servirà ad “ordinare” le azioni tipiche,
il frame a “vederlo” nel contesto storico ambientale ed in relazione ad
altre figure.
Il confronto attraverso il
linguaggio porta ad avvicinarsi all’immagine del mondo dell’altro, arrivando
a condividere quella parte che è comunicabile e “spiegabile”. E’ importante
notare che i concetti sono convenzionali ed arbitrari, appartengono al
contesto storico e sociale, non corrispondono alle cose in sé, ma al modello
che la nostra mente ne elabora nell’uso.
I modelli, come espressione di un
sapere in continua trasformazione, non sono oggettivi e rigidi, neanche
quelli elaborati da comunità scientifiche consolidate. Per converso anche
una classe è, al suo livello, una piccola comunità scientifica, che esprimerà
il proprio modo di pensare ed interpretare la complessità della realtà.
Acquisire saperi significa esplorarli, riorganizzarli, vedere come nel
tempo e a seconda dei contesti si sono modificati ed aspettarsi che cambino
ancora; vuol dire quindi anche ridimensionare l’oggettività della conoscenza
stessa.
Il senso di
una mappa concettuale è dunque ciò che una comunità scientifica ha costruito
e condiviso in quel momento, quindi sempre soggetto a cambiamenti e successive
modifiche e integrazioni. Sappiamo infatti che la struttura delle discipline
cambia nella storia, nascono nuovi modi di interpretare le cose e altre
se ne scoprono. Pensiamo a come sono cambiate la teoria dell’evoluzione,
la grammatica, il sapere sulla struttura della materia o la psicologia..
solo per fare qualche esempio.
Se questa consapevolezza rischia di essere disorientante ha anche enormi
pregi: rende meno “rigidi”, favorisce l’apertura mentale, l’abbandono
di stereotipi, l’atteggiamento critico (troppo spesso i nostri alunni
si accostano ad un libro di testo come ad una verità indiscutibile ed
unica) e la disponibilità a continuare ad apprendere, dovuta non solo
alla crescita di informazioni ma alla loro costante messa in discussione
e rielaborazione.
Quindi possiamo dire che un modello è corretto, quanto più:
·
rispetta le regole convenzionali del modello stesso
·
è ricco di concetti e di relazioni e la scelta dei primi
e dei legami utilizzati appare chiara e condivisibile
·
utilizza, per organizzare il sapere, concetti superordinati
(categorie).
Vediamo ora le caratteristiche proprie di
ciascun modello. Anche se dal punto di vista dello sviluppo cognitivo
script e frame precedono la mappa concettuale, in classe abbiamo sempre
preferito iniziare il lavoro da quest’ultima per la sua semplicità ed
immediatezza. In poche ore una classe è in grado di padroneggiarne i rudimenti
e in genere i ragazzi provano una grande soddisfazione nel lavoro, soprattutto
la sua chiarezza grafica consente un immediato confronto tra le varie
elaborazioni e tutti si entusiasmano alla discussione che ne segue. Frame
e script sono utilissimi in un secondo tempo per raffinare la strutturazione
dei concetti, imparare a padroneggiare concetti subordinati e superordinati,
metterli in relazione ed approfondire le capacità metacognitive.
La mappa
concettuale
Per la stesura delle prime mappe è fondamentale
avvalersi del lavoro di gruppo, in modo da avere un più ampio confronto
sulle soluzioni possibili e sulle integrazioni apportate dai singoli,
per far nascere la consapevolezza delle diverse modalità di organizzazione
che la trattazione di uno stesso argomento può assumere, valutandone anche
l'efficacia comunicativa. Si supera
la dicotomia giusto/sbagliato per porsi un problema più ampio e complesso:
la forma migliore da dare ad un contenuto in funzione della sua condivisione.
Attraverso il confronto con i compagni, le loro domande e le loro
integrazioni, emergono quindi le differenze che portano alla elaborazione
della struttura di una mappa concettuale comune.
E’ bene individuare il concetto di partenza
insieme agli alunni in una discussione guidata; si tratta di una prima
riflessione utile a concentrare l'attenzione, a delineare l'area di interesse
e creare un territorio comune. Una volta definito il campo di indagine
segue una fase di raccolta di
concetti, che dovrebbe
essere la più larga e aperta
possibile; è bene infatti dedicare a questa attività il tempo necessario
a far emergere il maggior numero di idee che il gruppo è in grado
di esprimere.
E’
il caso di dare spazio all’emozione? Dipende dal lavoro da svolgere: se
l’obiettivo è far preparare ad un gruppo la presentazione per la classe
di un ambito disciplinare, forse no, se dovete portare gli alunni a produrre
un ampio magazzino di idee o
a mettere a fuoco un contesto in funzione di una esercitazione di scrittura
creativa, allora sì!
I ragazzi dovrebbero, dopo un po’ di esperienza, scegliere da soli la
direzione di approfondimento.
La raccolta può essere svolta
in modo più o meno strutturato, si possono utilizzare tecniche di brainstorming
o aiutarsi con alcuni testi da cui estrapolare i concetti, sarà l'insegnante
a decidere la modalità più opportuna in base alle conoscenze possedute
dal gruppo e alla complessità e tipologia dell'argomento scelto.
In
genere, se si tratta di argomenti che appartengono all’esperienza dei
ragazzi, conviene usare una raccolta libera, che lasci spazio ai vissuti
e alle emozioni, se si tratta invece di argomenti disciplinari il lavoro
sarà necessariamente più ricco di termini specifici e diventerà forse
necessario ricorrere ai testi.
E’ opportuno che il docente
abbia svolto prima il lavoro che propone alla classe, in modo da avere
già un’idea dell’area concettuale per poter eventualmente porre domande
e stimoli agli alunni.
In un secondo momento si selezionano
i concetti e sarà necessario
discutere con la classe alcuni criteri condivisi, quali l'eliminazione
di concetti poco collegabili agli altri, troppo personali o specifici.
Al docente il compito
di guidare la discussione con opportune domande e, forse non è superfluo
dirlo, senza mai fornire risposte dirette.
La strada da percorrere è quella di arrivare
gradualmente, attraverso rielaborazioni successive, ad una mappa concettuale
condivisa all'interno del gruppo e che tenda ad avvicinarsi alla visione
disciplinare del problema.
Come sottolinea Licia Landi: «Se le mappe vengono costruite collettivamente,
dopo almeno una seduta di brainstorming, il coinvolgimento e la partecipazione
attiva di tutti creano le condizioni favorevoli per un apprendimento collaborativo
atto a stimolare la pluralità delle voci e a incoraggiare il confronto
critico. Un’esperienza significativa d’apprendimento produce un
numero sempre crescente di interconnessioni fra i concetti e fra questi
e la realtà, e cerca uno spazio dinamico in cui il frutto dell’apprendimento
collaborativo si possa espandere in una rete potenzialmente infinita di
collegamenti.».Quando la classe diventa esperta nel gestire lo strumento
si può proporre anche la produzione di mappe individuali, che possono
essere utilizzate per scopi diversi, dalla strutturazione dello scritto
alla verifica di conoscenze, all’organizzazione del metodo di studio.
Nel
momento della strutturazione formale della mappa e della costruzione dei
legami tra i concetti, la tentazione dell'insegnante di intervenire per
sistematizzare il lavoro secondo la propria struttura mentale è forte
e va combattuta. Il suo compito è quello di trovare altre modalità per
esplicitare i punti complessi e favorire, attraverso processi di mediazione
(negoziazione e riformulazione), nuove acquisizioni cognitive (di concetti
o di relazioni) mettendo gli alunni in condizione di procedere il più
possibile da soli attraverso l'interazione con i compagni.
L’assegnazione delle parole-legame
è un momento importantissimo per far riflettere gli alunni sul significato
dei verbi, delle congiunzioni, delle brevi frasi che si utilizzano come
legami. Ad esempio: le parole "ha/contiene/comprende" possono
introdurre un approfondimento o un'analisi delle parti del concetto, le
parole "che/produce" introducono un legame di causa/effetto,
le parole "costituisce/forma", rimandano a concetti superordinati,
altre conducono ad esemplificazioni, analogie, sequenze temporali.
Il valore del riconoscere il significato diverso dei legami è duplice, infatti:
·
costringe a prendere
coscienza del proprio percorso di pensiero, ad esplicitare il perché si
collega una parola ad un'altra e a motivarlo nel confronto con il gruppo;
·
permette di rendere
più chiaro e riconoscibile al lettore il senso del suo percorso, quando
la mappa viene presentata al resto della classe.
Perché
la mappa sia leggibile, logicamente coesa e ben bilanciata nelle sue parti,
diventa necessario un lavoro di gerarchizzazione
e di organizzazione grafica che non è semplice. Ciò richiede infatti una
discreta capacità di disporre i concetti nello spazio e di organizzarli
utilizzando categorie dichiarate e formali. La mappa, infatti, esplicita
ciò che è già presente alla mente e in qualche misura formalizzato, offre
poco aiuto metodologico per inferire eventuali passaggi mancanti o per
verificare autonomamente l'effettiva padronanza di un concetto, individuando
nodi vuoti o relazioni mal poste.
La mappa sulle Alpi (Figura
3), ben rappresenta la ricchezza concettuale del gruppo che l’ha
prodotta, manca tuttavia la gerarchizzazione dei concetti. Tale carenza
è messa in evidenza dalla ripetizione di alcuni nodi, segnalati con le
frecce, e da collegamenti superflui o mancanti.
Attraverso la discussione comune emergono
concetti organizzatori più forti, quali ad esempio quelli riguardanti
i settori di produzione (qui sono presenti in modo esplicito solo agricoltura
ed industria, l’allevamento è collocato altrove ed il terziario è rimasto
implicito) che permettono la ristrutturazione del lavoro.
L’esercizio
può fare molto, ma è proprio qui che ci vengono in aiuto gli altri modelli.
Il
frame
l frame
è un modello formale che interroga le conoscenze personali in modo piuttosto
rigido e, proprio per questo, facilita i processi di pensiero che portano
alla costruzione e all'espansione dei concetti.
Osserviamo la struttura di questo modello (Figura 4): al centro viene
posto il concetto in esame, nei quattro quadranti ne vengono analizzate
funzioni, struttura e relazioni, iniziando dal primo quadrante in alto
a sinistra e procedendo in senso antiorario:
·
la funzione riguarda la conoscenza
semantica del concetto posto al centro. E' la prima ad essere interpellata,
in quanto interroga conoscenze più vicine all'esperienza del soggetto
attraverso le domande tipo: “Cosa
fa? A cosa serve? Dove? Quando? Insieme a chi? (o a che cosa?)
Che strumenti e materiali
usa? Cosa faccio con? Quali sono le conseguenze della sua attività?”.
E' utile a delineare argomenti che riguardano la storia, i modi
d'uso, le possibili applicazioni di un oggetto e le differenze strutturali
che si sono sviluppate nello spazio e nel tempo;
·
la struttura si riferisce alla conoscenza fisica dell'oggetto attraverso
le categorie di attributi e
caratteristiche, si configura
quindi come un elenco delle componenti e le loro possibili varianti.
Le domande a cui rispondere sono: "Di che parti è fatto? Che parti
potrebbe avere? Di che materia? Che colore, forma, dimensione ha? Quali
caratteristiche psicologiche?" .
Il
lavoro sulla struttura è una guida all'osservazione diretta, ma anche
uno stimolo a ricercare nelle proprie memorie informazioni legate ad altri
contesti, che difficilmente emergerebbero in modo spontaneo in un lavoro
scolastico;
·
la relazione riguarda invece la conoscenza
logica; attraverso le domande: "E' un tipo di…, è un.."
si delineano la definizione categoriale e l'area di appartenenza, i legami
analogici con concetti simili o con concetti superordinati. E' qui che
si evidenziano le connessioni con conoscenze più ampie in cui il concetto
analizzato trova la propria collocazione e cessa di essere informazione
isolata, facilitando una costruzione reticolare del sapere. In questa
area si generalizza, mentre nella struttura si analizza; la costruzione
del sapere si sviluppa da un concetto, ad esempio “automobile”, alle categorie
superordinate, “mezzo di
trasporto”, e subordinate “berlina, spider, monovolume...” ma sempre dipendenti
dal concetto di partenza.
E' interessante stimolare questo tipo di ricerca personale spingendo i
ragazzi ad allargare il campo di indagine e a divenire consapevoli del
fatto che hanno spesso più conoscenze da mettere in gioco di quello che
credono.
Inizialmente
è opportuno che sia l'insegnante a formulare la domande nel modo più adatto
a favorire risposte corrette. Come nella costruzione di una mappa, il
lavoro può essere svolto in gruppi o attraverso l'interazione di tutta
la classe; a poco a poco i ragazzi sviluppano la capacità di porsi da
soli le domande corrette.
E’ possibile ristrutturare
una mappa dopo l'analisi condotta con questo modello, che porta a definire
meglio i nodi principali con i concetti subordinati.
Una
domanda mi hanno posto spesso: quando usare l’uno e quando l’altro? Credo
che qui sia fondamentale l’esperienza e la sensibilità rispetto al livello
ed alle esperienze pregresse della classe, rispetto alla tipologia di
contenuto ed al suo scopo, che potrebbe essere l’analisi o la stesura
di un testo, la descrizione di un oggetto, la progettazione di un ipermedia
o un lavoro specifico sulla metacognizione.
Proprio la riflessione metacognitiva
è utile per fissare insieme agli alunni alcuni punti di attenzione rispetto
alle caratteristiche dei modelli che imparano ad utilizzare, al tipo di
domande da porsi, ai risultati ottenuti, a quale preferiscono, per arrivare
infine a riflettere sul proprio stile di lavoro. In questo modo ciascuno
diventa consapevole del proprio modo di imparare.
2
- L’apprendimento
cooperativo
I modelli offrono al docente
la possibilità di seguire in modo estremamente puntuale ed evidente le
difficoltà ed i progressi degli allievi, ma soprattutto favoriscono il
confronto con il gruppo, quindi la negoziazione dei significati e la collaborazione.
Lavorare
in gruppo richiede però competenze specifiche: troppo spesso i gruppi
non funzionano, i ragazzi faticano a lavorare insieme, litigano o procedono
in modo caotico, qualcuno ha l’impressione che farebbe meglio da solo,
qualcun altro si defila, contento di potersi “rilassare” per un’ora e
poter chiacchierare intanto che il lavoro procede a rilento.
I principi dell’apprendimento collaborativo, come li sintetizza Kagan,
fanno ben intendere che per attuare questa modalità di insegnamento–apprendimento
non basta costruire il gruppo e dare un compito qualsiasi. Piuttosto la
formazione del gruppo, il setting di lavoro, il compito ed i materiali
devono portare alla realizzazione di questi principi: interazione simultanea,
interdipendenza positiva, responsabilità individuale e partecipazione
equa. Dove l’interazione simultanea sottolinea la possibilità di esercitarsi
nel parlare e nello scrivere contemporaneamente, moltiplicando la possibilità
di comunicare che in una lezione tradizionale viene limitata al parlare
o leggere uno per volta e generalmente avendo come interlocutore il docente;
l’interdipendenza che si crea tra gli attori del gruppo dipende dal fatto
che il compito è strutturato in modo da rendere impossibile il potarlo
a termine da soli; la responsabilità individuale si realizza nell’assegnare
a ciascuno un ruolo preciso e verificabile e dal fatto che alla conclusione
del lavoro dovranno essere riconoscibili i contributi di ciascuno; da
tutto ciò deriva la partecipazione equa che promuove l’autostima dei singoli
e del gruppo ed evita che si crei quella sensazione di frustrazione dovuta
ai compagni che rifiutano di collaborare e all’impressione di perdere
tempo.
Perché il gruppo sia funzionale
e produttivo deve essere quindi fortemente strutturato ma non rigido,
i compiti devono essere chiari e cadenzati in passaggi che costituiscano
momenti di controllo, ciascuno deve avere il proprio ruolo ed è necessario
lavorare anche sulla comunicazione.
Il
confronto di idee e la discussione, infatti, sono sempre e comunque positivi
se si riesce a condurli in ottica collaborativa, diviene allora necessario
imparare ad accettare e superare il conflitto, a non esprimere assoluti;
a conservare, nei limiti del ragionevole, una certa dose di dubbio rispetto
alle proprie convinzioni; ad accettare e riservarsi di verificare i punti
di vista diversi; a riformulare il pensiero proprio e altrui; a non esprimere
critiche (anche con gesti ed espressioni), ma volontà di comprensione
ed un giudizio limitato alle idee e non alle persone. Bisogna anche abituarsi
a mantenere il compito, a controllare i tempi ed il raggiungimento degli
obiettivi durante il processo.
Gli studi sul gruppo e le
esperienze di peer tutoring, hanno messo in luce come nella relazione
con altri il soggetto sia aiutato a manifestare potenzialità cognitive
che lavorando da solo non riesce a esprimere (Vjgotskij le definisce “zone
di sviluppo prossimale”).
Inoltre,
l’essere chiamati a relazionare sui contenuti del lavoro, ma anche sulle
dinamiche del gruppo durante il suo svolgimento, sui problemi non risolti
e sulle soluzioni adottate, porta a far crescere la motivazione intrinseca.
Il referente non è più solo l’insegnante che sancisce con un voto il livello
raggiunto, ma tutta la classe che valuta risultati ed impegno del singolo
e del gruppo, riuscendo in genere ad essere molto attenta e corretta nella
valutazione.
Partendo dal presupposto che si apprende in modo significativo solo ciò
che si percepisce utile al mantenimento o alla crescita della struttura
del sé e che l’apprendere si accompagna ad una realizzazione della personalità
e dell’autonomia (C.Rogers 1969), il docente può facilitare questo processo
realizzando uno scaffolding cognitivo e relazionale, cioè un “ambiente
di apprendimento”, che favorisca l’interscambio e l’integrazione di conoscenze
e in cui ciascun individuo possa operare una scelta di partecipazione
consapevole e volontaria.
Anche all’insegnante sono
quindi richieste competenze diverse. Il percorso ed i materiali vanno
pensati accuratamente prima del lavoro, anche se deve essere sempre possibile
correggere la rotta in itinere, e devono essere strutturati in modo da
prevedere che tutti i ruoli assegnati nel gruppo possano essere esercitati.
Si devono esplicitare modalità e criteri di verifica, creando un ambiente
di apprendimento in cui ciascuno potrà poi muoversi autonomamente nel
rispetto delle regole condivise.
Durante il lavoro l’insegnante incoraggia, aiuta, approva ed orienta:
mostrando come si fa, indicando possibilità ed esplicitando finalità.
Diviene consulente sui contenuti, interviene su richiesta del gruppo,
osserva le dinamiche relazionali ed i percorsi, prende nota di atteggiamenti,
modalità di lavoro, problemi e soluzioni, spesso aiutandosi con schede
per una veloce raccolta delle osservazioni. Su questi punti è spesso opportuno
stimolare la discussione della classe intera, specialmente all’inizio,
per favorire la circolazione e la condivisione delle idee, per abituare
a lavorare autonomamente e consapevolmente. Se ad esempio accade che un
compagno disturbi il lavoro, oppure si comporti in modo direttivo e tendendo
a far prevalere il proprio punto di vista, è opportuno porre il problema
a tutta la classe, facendo emergere le dinamiche relazionali, i diversi
modi di leggere gli eventi dei soggetti coinvolti, invitando il gruppo
a provare strategie diverse per arrivare alle possibili soluzioni. In
genere, l’analisi di casi di questo tipo porta i ragazzi ad apprendere
insieme ed in breve tempo come comportarsi e piace loro moltissimo, sono
consapevoli di fare dei passi avanti nel comprendersi, nell’aiutarsi e
anche nell’imparare divertendosi, sentendosi sempre più parte di una comunità
di apprendimento.
3
- Le tecnologie
Negli
stessi anni in cui la conoscenza dei processi di pensiero ha compiuto
notevoli passi avanti si è sinergicamente sviluppata la tecnologia: il
computer da strumento di calcolo acquista le potenzialità di un “organizzatore
cognitivo” di uno “specchio della mente” o “memoria estesa” che nella
sua organizzazione interna di files, cartelle e programmi rispecchia il
nostro modo di memorizzare e di lavorare con l’informazione, così la reticolarità
di un ipermedia o di Internet richiama alla mente una mappa ed i suoi
nodi.
A
ciò si aggiunge il computer come
strumento di comunicazione con la
possibilità di lavorare in gruppo con la rete locale e attraverso internet,
con strumenti tecnologici sempre più orientati alla costruzione comune
della conoscenza, allo scambio costante di impressioni e di elaborazioni
durante lo svolgimento del compito. Enormi vantaggi derivano dall’uso
di questi ambienti che, oltre a rendere possibile il lavoro di gruppo
a distanza, permettono di tenere memoria delle discussioni e del lavoro
svolto (ambienti cooperativi come il forum o una chat tematica in cui
è possibile scambiare ed archiviare files e pubblicare pagine web). Questi
ambienti enfatizzano la storia del gruppo che diviene evidente e riconoscibile,
permettendo di lavorare sul
piano metacognitivo e di sviluppare la coesione e la percezione di autoefficacia
(empawerment) del gruppo stesso.
Inoltre l’interazione mediata dal computer, dai tempi più dilatati
rispetto alla comunicazione orale, permette una maggiore riflessione sui
propri ed altrui percorsi, sugli intrecci possibili tra i vari interventi
ed i materiali pubblicati.
Ecco allora che, se i modelli mentali possono essere utili strumenti interpretativi
dei significati che gli individui attribuiscono ai loro saperi e delle
procedure mentali messe in atto per apprenderli, le nuove tecnologie,
se usate in modo consapevole e attivo, possono diventare ambienti facilitatori
ed enfatizzatori di tali potenzialità metacognitive.
Nei percorsi didattici sviluppati abbiamo quindi cercato di intrecciare
organicamente questi tre elementi, verificando nella pratica quotidiana
che l’insieme ottenuto dalla loro interazione è di molto superiore alla
somma delle singole parti.
Un
percorso “tipo”
Cercherò di offrire una breve descrizione del percorso svolto nelle classi
e dei risultati ottenuti, soprattutto dove mappe e frame sono stati introdotti,
all’interno di un percorso di apprendimento collaborativo, come strumenti
di organizzazione del pensiero. Le classi dei più grandi, che avevano
già avuto modo di familiarizzare con l’uso dei modelli, hanno continuato
ad utilizzarli per la ricerca in rete, la costruzione di lezioni per i
compagni e di tesine per gli esami.
a.
Introdurre e motivare al lavoro
I
primi incontri con le classi hanno avuto un andamento dialogico, si è
ragionato sul significato di termini quali “competenza” e “strategia”
rispetto allo studio, su cosa significa “imparare” e che cosa “intelligenza”.
Ho introdotto questi temi attraverso domande e con l’ausilio di alcuni
lucidi con immagini evocative a cui è seguita una discussione libera e
molto partecipata. Tutte le risposte sono state sintetizzate su cartelloni
in modo da poter mostrare, a fine incontro, la potenza ideativa di un
gruppo di lavoro e da poter rivedere le idee emerse nel corso del lavoro
successivo (Figura 5).
La sorpresa è stata che le risposte dei ragazzi, in modo più o meno ingenuo,
si collegavano spontaneamente ai più accreditati modelli del pensiero.
E’ emersa la consapevolezza che la mente è come “un muscolo”, può quindi
essere allenata, e come in palestra sono necessari gli esercizi adatti,
che “pensare” significa prevalentemente lavorare con la memoria di ciò
che già si conosce, in quanto solo questo consente di “ancorare” in modo
significativo i nuovi concetti in entrata, (qualcuno ha detto “nessuno
nasce imparato”).
E ancora che l’intelligenza è multipla, ci sono tante capacità
diverse, che si impara dovunque, a casa, a scuola, dalla televisione,
dagli amici e dagli istruttori sportivi…ma anche dall’esperienza e con
il corpo. I più grandi hanno spesso chiesto approfondimenti teorici, che
ci è sembrato molto corretto fornire, visto che si sono dimostrati in
grado di comprendere che ci sono esperti che studiano l’intelligenza e
l’apprendimento, che esistono diverse teorie in proposito e che il lavoro
che stavamo facendo insieme rientrava in un certo senso in questo tipo
di ricerca. Hanno voluto sapere cosa si conosce del cervello e in quali
“spazi” vanno a finire tutte le cose che sappiamo, e quindi avere più
spazio significa pensare meglio (come nel caso di un elefante e di una
formica…)? E cosa si intende per intelligenza artificiale? … e se una
macchina in un certo senso pensa, è umana? E gli animali..che differenza
c’è tra istinto ed intelligenza? Tante domande da coprire buona parete
del curricolo di scienze…e non solo.
In generale tutti hanno apprezzato il fatto di confrontarsi sul significato
di termini che sono logorati dall’uso, ma che sono alla base del “lavoro
di studente” e che fanno parte dell’identità di ciascuno. Sono emersi
problemi personali e dubbi, soprattutto di chi si considera poco intelligente
o addirittura incapace. Qui l’intervento dei compagni è stato determinante
nel risollevare l’autostima e rendere un’immagine di sé diversa, che ha
consentito a qualcuno di ripartire con una più alta motivazione.
I docenti sono stati felicemente stupiti nel constatare come le domande
e le risposte più pertinenti venissero spesso da alunni considerati non
particolarmente “bravi”; ragazzi che evidentemente non mancano di curiosità
e capacità, ma che la scuola non riesce a rendere protagonisti.
Mediamente, si è notata una maggiore creatività di pensiero e capacità
di collegamento proprio in questi alunni o nei più giovani; le maggiori
difficoltà e senso di piazzamento, invece, in quelli più grandi
o ritenuti più preparati, in cui l’impronta scolastica della divisione
tra le discipline, la sicurezza del libro e dell’eserciziario aveva già
lasciato una forma mentis difficile da modificare. Interessanti in questo
senso sono stati alcuni aperti rifiuti a questo modo di lavorare, che
hanno consentito di ampliare ulteriormente la discussione in senso metacognitivo.
Per concludere è stato fatto un brainstorming, su un argomento
scelto insieme, per verificare le ipotesi emerse dal dibattito: reticolarità
del pensiero, associazione di concetti (per analogia, differenza, area
semantica…) potenza del gruppo nel fornire un alto numero di risposte.
Per ricostruire i percorsi di pensiero le parole sono state scritte con
andamento circolare, ciò ha consentito successivamente di ricostruire
catene di significati sottolineando i termini con pennarelli di colori
diversi (Figura 6).
Infine
abbiamo pensato insieme in quali attività didattiche era possibile utilizzare
questo modo di “raccogliere le idee”, ad esempio per discutere la scaletta
di un tema, per verificare cosa si sa già di un argomento o semplicemente
per trovare il sinonimo di una parola.
b.
Costruire il gruppo collaborativo
Il
passo successivo è stato quello di introdurre una riflessione sul lavorare
in gruppo, a partire dalle esperienze già fatte e valutandone i problemi,
sulla base delle loro osservazioni e dalla constatazione che nei gruppi
di lavoro adulti ciascuno ha un compito che si integra e si sostiene con
il contributo degli altri (una squadra sportiva, una compagnia teatrale…),
si è introdotta una diversa modalità da sperimentare insieme.
L’elaborazione attraverso domande guidate e discussione delle risposte
ha condotto alla consapevolezza che lavorare in gruppo significa mettere
in comune capacità, strategie, conoscenze diverse, creatività e impegno.
I ruoli che ho individuato per questi primi lavori sono molto semplici:
il controllore (controlla il tono di voce, attribuisce la parola,
fa attenzione ai tempi); la guida (ricorda le istruzioni,
fornisce suggerimenti);
il facilitatore (favorisce
la partecipazione e attribuisce i compiti, aiuta chi è in difficoltà);
il verbalizzatore (ricapitola
il lavoro, elenca le difficoltà ed i sospesi).
I ragazzi hanno scelto insieme quale ruolo ricoprire, cercando di tenere
presenti le proprie caratteristiche e sapendo che alla fine i compagni
avrebbero valutato la sua capacità di gestione. Per enfatizzare l’importanza
ed il significato dei ruoli ho preparato per tutti un cartellino da appendere
alla camicia, in modo che durante il lavoro ciascuno ricordasse il proprio
compito e quello dei compagni.
In genere si è lavorato con gruppi di quattro alunni, un numero che facilita
la circolazione delle informazioni, rende più difficile l’emarginazione
o l’esclusione di qualche suo membro ed è più “governabile”, soprattutto
nelle prime esperienze collaborative,
anche perché si presta ad alcuni esercizi da fare in coppia che possono
essere svolti in poco tempo e durante qualsiasi lezione senza “sconvolgere”
la classe, in modo che la collaborazione diventi una modalità di lavoro
costante.
Le tecniche di costruzione dei gruppi sono molteplici e adatte alle più
varie situazioni di lavoro,
in questo caso si è optato per gruppi casuali, costruiti a partire da
brevi giochi. La distribuzione di un mazzo di carte costruito con immagini
raggruppabili in gruppi di quattro, ha permesso ai ragazzi di trovare
i possessori delle carte corrispondenti, individuare il criterio associativo,
dare un nome e creare un logo per il gruppo appena formato. Il gioco può
essere svolto trovando abbinamenti diversi o piccoli compiti da portare
a termine anche a partire da conoscenze disciplinari, o comunque in tema
con il percorso che si andrà a svolgere.
Contrariamente a quello che si può pensare, i gruppi casuali in genere
funzionano bene, certo bisogna esplicitare prima, e qui era stato fatto
nelle discussioni precedenti, che tutti hanno un punto di vista da offrire,
che qualsiasi problema nel gruppo può essere risolto affrontandolo apertamente
insieme e quindi che se si deve lavorare con qualcuno che non ci piace,
si tratta di una sfida tutto sommato interessante. Da questo punto di
vista è importante cambiare abbastanza spesso i gruppi, in modo da imparare
a lavorare con tutti, ma da non rendere troppo lunghe le esperienze di
collaborazione più difficili, la consapevolezza del breve periodo riesce
a migliorare l’impegno nell’affrontare situazioni relazionali a volte
complesse.
Ovviamente sono nate discussioni, risolte quasi sempre in modo positivo
con un reale cambiamento nell’atteggiamento ed una maggiore consapevolezza
di sè.
c.
Verso una mappa condivisa
Finalmente
siamo passati alla prima realizzazione di una mappa concettuale. Una breve
lezione per analizzare le fasi di costruzione e per mostrare ed analizzare
alcuni lavori svolti da altri alunni, e poi il primo lavoro in gruppo.
Ecco come si può procedere: sulla base della
raccolta di concetti eseguita con l’intera classe, ogni gruppo produce
la propria mappa su lucido o su cartellone. Successivamente ciascun gruppo
espone ed illustra il lavoro svolto, che viene discusso ed integrato dai
compagni.
Per la produzione della prima mappa (Figura 7), tutti lavorano sullo stesso
concetto, in modo da confrontare strutture e soluzioni adottate dai diversi
gruppi. Dopo la presentazione dei lavori è bene dedicare il tempo necessario,
anche due ore, per discutere insieme pregi e difetti delle diverse soluzioni
in vista della rielaborazione finale.
Dopo questa discussione
collettiva, ciascun gruppo può approfondire o correggere la propria mappa,
o se ne può stendere una comune fino ad arrivare ad una sistematizzazione
condivisa. Questa attività possiede un alto valore metacognitivo che può
essere sottolineato dall’insegnante attraverso domande e stimoli per ripensare
la propria attività: come si è arrivati ad una certa decisione? Perché
collegare due informazioni? Come mai un concetto è visto come organizzatore
di un gruppo di concetti subordinati? Come mai le mappe sono diverse?
Quali soluzioni sembrano più condivisibili e perché?
La Figura 8 mostra invece uno dei
lavori prodotti per la costruzione di una lezione in una quarta
elementare. La classe aveva già lavorato individualmente ed in gruppo
con le mappe e per concludere il percorso fatto insieme ha scelto di approfondire
alcuni aspetti della vita medioevale. I bambini hanno consultato materiali
diversi e schematizzato i concetti che incontravano direttamente in forma
di mappa, ogni gruppo ne ha elaborate cinque o sei prima di arrivare alla
versione definitiva da esporre ai compagni. In questo caso l’intergruppo
ha avuto la funzione di valutare la chiarezza del lavoro e l’esposizione
dei compagni, visto che ciascun gruppo aveva affrontato argomenti diversi.
Nella mappa in figura 8 si possono
notare nodi concettuali aggiunti in un secondo momento: i bambini hanno
voluto collegare ai concetti di cucina e di camere un approfondimento
sul cibo e sui vestiti, mantenendo la divisione tra poveri e ricchi che
li aveva guidati nella interpretazione dei testi e nella stesura dei primi
nodi.
Le
prime esperienze di costruzione di mappe mettono spesso in evidenza la
difficoltà dei ragazzi a staccarsi dalla forma libro, tendono cioè ad
essere prevalentemente lineari, con pochi collegamenti e generalmente
poco organizzate. Sono in genere necessarie due o tre esercitazioni in
gruppo perché la classe si impadronisca del metodo.
d.
L’attenzione metacognitiva
Durante
il lavoro il compito del docente è quello di osservare per cogliere le
osservazioni che “aprono” all’interdisciplina, all’incrocio di vissuti
e saperi, a nuove prospettive…per rimettere in circolo e valorizzare.
Può essere molto utile una scheda con alcune
domande aperte sul risultato generale del lavoro (Abbiamo fatto un buon
lavoro perché…, Cosa potremmo fare meglio? Quali difficoltà abbiamo incontrato?)
seguite da una valutazione dei ruoli e dei comportamenti e, infine, da
una dichiarazione di impegno
di ciascuno per il prossimo gruppo.
In genere la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro dipende dalla
soddisfazione di aver organizzato i contenuti in forma personale, di aver
partecipato tutti e di essersi aiutati.
Le maggiori difficoltà sono invece dovute alla fatica di gerarchizzare,
alla forma grafica da dare al lavoro (qualcuno dice di “misurare lo spazio”),
al trovare parole-legame significative, al non andare d’accordo con il
gruppo.
La domanda “cosa si potrebbe fare meglio”
ha messo in evidenza la consapevolezza di perdere a volte tempo,
di distrarsi e litigare inutilmente, l’importanza di ascoltare bene le
istruzioni preliminari del docente, ma anche di approfondire sui libri
per arricchire il lavoro.
Molti hanno manifestato l’intenzione di “condividere di più le idee”,
di “sforzarsi di pensare”, di “studiare a casa per arrivare con più idee”,
di cercare l’accordo con i compagni, di imparare ad organizzarsi meglio
ed a rispettare i tempi.
Nella valutazione dei ruoli qualcuno ha espresso difficoltà nel riuscire
a ricordare sempre di agire il suo ruolo e nel rispettare quello degli
altri, altri li hanno trovati utili e divertenti affermando che in questo
modo ciascuno aveva fatto la sua parte.
E’ importante per l’insegnante
valorizzare sempre il lavoro svolto, sottolineare le acquisizioni importanti,
sia dal punto di vista cognitivo, sia relazionale.
La registrazione dei commenti di volta in
volta emersi nelle discussioni di intergruppo, mi ha permesso di valutarne
la ricchezza concettuale: i ragazzi sono stati capaci di analizzare le
mappe dal punto di vista grafico e strutturale (leggibilità, grandezza
dei caratteri, ordine, uso dello spazio e dei colori) e dal punto di vista
contenutistico (numero di concetti utilizzati, concetti ripetuti, mancanza
di concetti fondamentali, catene di concetti che riprendono la “forma
del testo”, numero e scelta significativa di esempi, qualità delle parole-legame,
valore dei collegamenti trasversali). Sono stati anche molto precisi nel
valutare la chiarezza espositiva e nel dare consigli ai gruppi che hanno
avuto difficoltà di relazione. Hanno compreso che alcuni comportamenti
“fastidiosi” erano dovuti ad un cattivo inserimento nel gruppo e da soli
hanno elencato diverse strategie per porvi rimedio. Così come qualcuno
troppo sicuro di sé e quindi invadente è stato “ridimensionato”. Sicuramente
i ragazzi più in difficoltà sono stati incoraggiati ed aiutati, era visibile
la loro soddisfazione quando la classe parlava di loro e rivedeva i propri
comportamenti. In questo modo il lavoro di un gruppo diventa lavoro della
classe e si evita di creare competizioni per creare un clima di soddisfazione
e di sforzo comune perché si comprende che per lavorare in modo affiatato
tutti devono crescere.
e.
L’uso del frame cognitivo
In alcune classi, dopo aver lavorato
per qualche mese con le mappe e per facilitare il passaggio ad una migliore
gerarchizzazione, siamo passati al frame. Anche in questo caso abbiamo
svolto in modo più guidato le prime stesure, lavorando sugli stessi argomenti
trattati con le mappe per analizzare i differenti risultati (Figura
9 A, 9 B – 10A e 10B).
Nel frame, come si può notare nello schema 9B, le domande aiutano ad individuare
le funzioni e, quindi, a riferirsi a concetti superordinati e costringono
ad un’analisi più accurata. La parte di relazione abitua a compiere collegamenti
ad altri concetti ed a conoscenze esplorate anche in altre discipline.
Ne può derivare anche un interessante lavoro linguistico sui significati
dove fusto è metaforicamente l’omaccione o un contenitore e dove ci si
riferisce rispettivamente alla forza ed alla solidità nel primo caso ed
alla forma nel secondo.
Interessante,
per i ragazzi ma anche per i noi docenti, a testimonianza che lavorando
in questo modo continuiamo ad apprendere ed a ristrutturare le nostre
idee, è stato il dibattito sulle caratteristiche e l’utilità dei modelli
utilizzati, svolto con le classi seconde, di cui riporto un brano:
Federica
- La mappa raggruppa concetti che hanno qualcosa in comune, il frame
è più simile ad una tabella. Devo rispondere a delle domande e non c’è
la fase di raccolta dei concetti.
Valentina
- Nel frame posso inserire definizioni, nella mappa devo usare concetti
semplici e collegarli dopo.
Alice
- Nella mappa posso fare un discorso più ampio…sono meno “legata”.
Daniela
- E’ vero, il frame ti “costringe”di più...
Samy
- Però nel frame è
più facile sbagliare una risposta.
Francesca
- Per me è più difficile la mappa, se sbagli un concetto rischi di
sbagliare tutto un pezzo…
Valentina
- La mappa ha una struttura più complessa, bisogna rifarla tante volte,
finché non si riesce a leggerla in modo chiaro.
Matteo
- La mappa aiuta la memoria visiva, basta dare un’occhiata. Il frame
è da leggere. (Emergono riflessioni metacognitive sul proprio stile
di apprendimento)
Francesca
- Però la lettura di una mappa individuale è più difficile da capire,
si capiscono bene quelle fatte in gruppo. (Percezione
del valore della negoziazione dei significati e l’importanza della co-costruzione
all’interno del gruppo)
Giorgio
- Il frame analizza un concetto, la mappa più di uno. Assomiglia alla
parte di relazione del frame.
Martina
- Ma nella mappa ci sono
anche gli attributi. (Si riferisce qui alle parti della
mappa più gerarchiche che generalmente analizzano la struttura di un nodo)
Diego
- Il frame mette in evidenza le parti in cui è diviso un concetto.
Rossella
- Nella mappa, però,
decido io in che parti dividere.
(E’ cioè il soggetto che trova i concetti organizzatori)
Martina
- Il frame funziona meglio per oggetti concreti ben definiti.
Alice
- La mappa per me sviluppa meglio un argomento scientifico perché
si vedono di più i legami.
Federica
- Io direi che dipende
dalla complessità dei concetti. Nella mappa si vedono meglio i concetti
complessi che hanno tanti legami ad altri concetti.
Francesca
- Il frame però a me aiuta anche a sviluppare i concetti astratti,
come quello di storia, perché ci sono le domande che ti guidano.
Valentina
- Dipende anche dal
fatto che bisogna imparare a farsi le domande giuste…
Giacomo
- Il frame funziona
di più per l’analisi, la mappa per la sintesi.
Francesca
- Io sto insegnando
a mia sorella la mappa, perché deve fare degli schemi per la maturità
e con la mappa si riesce a riassumere tutto un capitolo.
Imparare
a studiare
Nelle classi dove si è svolto il progetto,
mappe e frame vengono ormai utilizzati spontaneamente dai ragazzi per
studiare e organizzare materiali di lavoro, spesso le mostrano a noi insegnanti
per avere un consiglio, altre volte le utilizziamo tutti insieme per stendere
veloci sintesi. Alcuni le usano per prendere appunti mentre l’insegnante
parla, altri le rielaborano a casa con il computer, quasi tutti sono consapevoli
di aver imparato un metodo utile per semplificare la fatica di apprendere
e hanno capito con quale strumento si trovano meglio.
La mappa su Universo (Figura
11), ad esempio, riassume le conoscenze apprese nel percorso di studio
biennale sul tema e provenienti da diverse discipline. L’alunno l’ha stesa
autonomamente, sentendo il bisogno di avere un quadro completo degli argomenti
affrontati. Giorgio, come altri suoi compagni,
si è abituato così nei tre anni trascorsi insieme e i suoi quaderni
sono ricchi di esempi di questo genere. E’ interessante osservare la quantità
di elementi presi in considerazione e la buona gerarchizzazione del lavoro,
oltre all’uso di immagini per rappresentare alcuni concetti complessi.
Così i ragazzi già abituati all’uso dei modelli hanno lavorato quest’anno
a piccoli progetti di ricerca per la stesura delle tesine d’esame. L’obiettivo
prevalente non era quello di una ricerca disciplinare, quanto piuttosto
partire da un loro interesse per mettere in evidenza come le diverse discipline
apprese nel triennio potevano contribuire a dare punti di vista e approcci
corretti all’analisi del tema scelto. Affrontare qualcosa di ancora informe
e plasmabile, che non sempre viene trattato nei libri di testo e che può
essere indagato con un’esplorazione libera,
è sicuramente di maggiore soddisfazione, anche se più complesso, della ripetizione meccanica di nozioni acriticamente
apprese dal testo.
C’è stato qualche interessante “errore” di percorso: un gruppetto era
interessato a sviluppare una ricerca sui frattali e ha impiegato un po’
di tempo per comprendere di non avere ancora le conoscenze matematiche
adeguate per affrontare il discorso.
Non è stata una perdita di tempo, ma l’aprirsi alla consapevolezza
della vastità della conoscenza, del senso di un programma scolastico e
del progetto personale. Alla fine il lavoro ha trovato comunque una dimensione
interessante nello studio delle simmetrie in natura e in modo specifico
nella cristallografia.
I
ragazzi hanno iniziato a lavorare in coppie o in gruppi a seconda degli
argomenti scelti e, come di consueto, il primo passo è stato l’elaborazione
di una mappa o un frame delle conoscenze già possedute sul tema, che hanno
poi discusso con l’insegnante (Figura 12).
A partire dal modello hanno elaborato una traccia del lavoro, che conteneva
anche le motivazioni della loro scelta ed una prima raccolta di idee sul
contributo che le discipline apprese potevano offrire alla ricerca.
Definito così l’ambito siamo passati ad un elencazione di parole chiave
in italiano e in inglese per utilizzare i motori di ricerca in rete.
Le pagine e le immagini salvate sono servite a “riempire” la traccia di
lavoro delineata con una rielaborazione costante del testo e una ridefinizione
della ricerca che si è a poco a poco raffinata vedendo emergere altri
spunti e prospettive. Sono state consultate molte
pagine in lingua inglese, i ragazzi si sono sforzati di interpretarne
il senso complessivo e di riportare i testi utili al lavoro in lingua
originale con la traduzione a fianco.
Questo
modo di affrontare lo studio dell’inglese è stato utile soprattutto a
farli rendere conto che la conoscenza di questa lingua è oggi indispensabile
e quando il lavoro ha cominciato ad assumere una forma ed una direzione
riconoscibile molti di loro hanno usato l’E-mail per contattare e chiedere
informazioni ulteriori agli esperti individuati in rete.
Nella stesura finale ha trovato posto anche la descrizione
degli strumenti e delle metodologie utilizzate durante il lavoro. Infine,
accanto alla ricerca stampata, ciascuno ha preparato i lucidi o le slide
in Power Point per supportare l’esposizione orale. Così il testo discorsivo
è stato trasformato in schemi, mappe, immagini.
La
valutazione del lavoro
Risultati della somministrazione dei questionari
di gradimento agli alunni
Le risposte libere alla prima domanda mettono in luce come gli obiettivi
del progetto siano stati condivisi dalle classi: l’apprendimento collaborativo,
qui chiamato per semplicità “lavorare in gruppo” e “metodo di lavoro”,
si coniuga con l’uso delle mappe, che aiuta a rendere visibili e a condvidere
i processi di pensiero, ed il lavoro a computer.
Nella seconda domanda si chiedeva cosa non fosse piaciuto; attraverso
l’evidenziazione del disagio relativo ai problemi del gruppo, come la
scarsa partecipazione di qualcuno o le discussioni vissute negativamente,
è emersa, in realtà, una percezione del gruppo come valore e come elemento
fondamentale dell’esperienza svolta.
Le
domande 4 e 5 riconfermano i risultati della prima, insieme al dato dei
134 alunni che ritengono utile la valutazione comune e la discussione
con l’insegnante intorno agli errori, dati che scavalcano addirittura
la motivazione all’uso del PC e che fanno emergere come sia accolto positivamente,
quindi percepito come utile, il “costruire insieme i significati”.
Complessivamente
i ragazzi hanno ritenuto utile il lavoro dal punto di vista del miglioramento
nello studio (qualcuno ha detto “è difficile ma ho capito che mi è stato
utile”).
Da apprezzare la serietà con cui è stato compilato il questionario
(solo una scheda è arrivata incompleta e compilata con evidente atteggiamento
di sfida) la varietà e l’analiticità delle risposte, che ho in qualche
caso assemblato per riuscire a tradurle in un grafico leggibile, perdendo
sicuramente la freschezza della loro autenticità. A parziale compensazione,
riporto i commenti liberi all’esperienza così come sono stati scritti:
·
usare di più il PC a scuola e introdurre grafica e disegni
nelle mappe e nei lavori
·
fare altri giochi per imparare, è stato piacevole, da fare
più spesso, è divertente interessante istruttivo
·
lo insegni a tanti bambini, è bellissimo
·
lavorare in gruppo e fare mappe anche in altre materie
·
Gli insegnanti devono (corsivo mio) “guardare” i
progressi dei bambini
Alcune
osservazioni dei docenti sulla classe:
Attuato presso l’Istituto Comprensivo Pareto nell’as 2001-2002, per
l’area Promozione del successo formativo con utilizzo su 18 ore. Sono state
coinvolte sedici classi, dalla quarta elementare alla terza media,
per un quadrimestre ciascuna e quattordici insegnati. La mia presenza
in classe è variata da una a tre ore settimanali, a seconda del tipo
di lavoro concordato con il docente.
Sulla storia e le correnti del costruttivismo si veda il recente volume
di B.M.Varisco, Costruttivismo socio-culturale. Genesi filosofiche,
sviluppi psico-pedagogici, applicazioni didattiche, Carocci, 2002.
Per le implicazioni didattiche vedi anche P.Oldfather, J.West, J.White,
J.Wilmarth, L’apprendimento dalla parte degli alunni. Didattica
costruttivista e desiderio di imparare, Erickson, 2001.
Tracce dei percorsi
proposti:
·
costruire mappe
concettuali e frame individualmente ed in gruppo per imparare a stendere
testi, interventi orali, ipermedia
·
usare i modelli
cognitivi e le risorse come Internet o CD enciclopedici per la documentazione,
la ricerca e lo studio anche in lingua inglese.
K. Nelson, Event knowledge: structure and function in development,
Hillsdale (NJ), Erlbaum 1986. E'
opportuno riportare preliminarmente la definizione di "frame"
e "script" (sui quali vedi anche R. C. Schank, Il
lettore che capisce, La Nuova Italia, Firenze 1992). Il frame
può essere definito come «schema cognitivo che include l'immagine
statica e convenzionale di un oggetto o di una situazione. Si costruisce
a partire dall'esperienza reiterata dei medesimi oggetti e situazioni
e ne isola le invarianti. Risulta attivato dalla lingua stessa: per
esempio, alla parola ristorante è associato un frame,
una rappresentazione mentale, che include la presenza di tavoli apparecchiati
e sedie, camerieri, menu». Lo script
può essere definito come «rappresentazione mentale degli eventi
o sequenze di azioni prevedibili in una situazione tipica. Il possesso
di script è fondamentale
per capire i testi narrativi» Da C. Lavinio, e M. Vedovelli, Le
parole di MILIA. Glossario, SAGEP Libri, Genova 1997. In particolare
sugli script vedi M.C.Levorato, Racconti,
storie, narrazioni, Il Mulino, Bologna 1988, che analizza i processi
mentali che stanno alla base della comprensione di storie.
Il costruttivismo considera la conoscenza come prodotto costruito
socialmente, in un tempo storico, all’interno di una cultura. Il sapere
perde la sua valenza universale, stabile e obiettiva. Si conosce a
partire dalla situazioni concrete e nel confronto con interlocutori
attraverso negoziazioni continue. La conoscenza che si è costruita
alla fine di questo processo è comunque
provvisoria e passibile di ristrutturazioni ed integrazioni.
Sul piano didattico, ciò significa che il docente può adottare una
modalità "comportamentista" oppure "costruttivista"
indipendentemente dalle tecnologie che utilizza. Vedi a questo proposito
le pagine di T. Lodrini in Didattica costruttivista e ipermedia,
F.Angeli, 2002.
Oltre che le conoscenze concettuali, qui prese in esame in modo specifico,
la mappa mentale riguarda anche le sensazioni, le emozioni ed i ricordi
che interagiscono con le conoscenze concettuali, spesso anche condizionandole.
Sulle fasi di costruzione di una mappa vedi i capitoli di A.Carletti
in T. Lodrini in Didattica
costruttivista e ipermedia, F.Angeli, 2002.
Sull'uso delle mappe concettuali
il testo di riferimento rimane quello di J.D. Novak, D.B. Gowing,
Imparando ad imparare, SEI, Torino 1993, recentemente ristampato.
Recentissimo il volume di Novak, L’apprendimento significativo,
Erickson, Trento 2001. Interessante il testo sulla didattica costruttivistica
di AAVV,
I modi dell'imparare, Carocci, Roma 1999. Il quinto capitolo,
in particolare, riprende il discorso sulle mappe mostrando anche alcuni
tipici errori di costruzione. Per quanto riguarda la professionalità
docente un testo da leggere è AAVV,
La didattica interdisciplinare per concetti, Edizioni del Cerro,
Tirrenia 1999, si tratta di un’esperienza di progettazione curricolare
per la scuola materna ed elementare, condotta dagli insegnanti a partire
dalle sollecitazioni del Documento dei Saggi. Qui le mappe sono utilizzate
per condurre l’analisi disciplinare ed enucleare i concetti strutturanti
di una materia, sui quali definire poi la programmazione didattica.
Una preziosa risorsa in rete è il sito di M.Guastavigna www.noiosito.it,
in cui si trovano articoli, riferimenti bibliografici e recensioni
di software per costruire mappe concettuali.
A questo proposito vedi “Lavorare in team”, di A. Varani, in Didattica
costruttivista e ipermedia, a cura di Tarcisio Lodrini, F.Angeli,
2002.
Può essere utile anche proporre
le due modalità: prima una raccolta libera che farà emergere le conoscenze
disciplinari pregresse e quelle di tipo esperienziale, da completare
poi con una raccolta di concetti individuati da una veloce e mirata
consultazione di testi.
Da una relazione tenuta il 14
gennaio 1998 al NIR-IT ’98 a Milano, pubblicata in rete all’indirizzo
http://www.cilea.it/GARR-NIR/Nir-it98/atti/landi.pdf
.
Un’analisi delle dinamiche cognitive e affettivo-comunicative
del gruppo in Il gruppo educativo, luogo di scontri e di apprendimenti,
a cura di M.G. Contini, Carocci, 2000. Ricchi di esemplificazioni
ed attività didattiche: S. Kagan, Apprendimento cooperativo: approccio
strutturale, Edizioni Lavoro, Roma, 2000;
D. W. Johnson, R.T. Johnson e E.J. Holubec, Apprendimento
cooperativo in classe. Migliorare il clima emotivo e il rendimento,
Erickson, 1996. Sul ruolo del docente, la preparazione alla cooperazione
e la valutazione vedi E.
Choen, Organizzare i gruppi cooperativi. Ruoli, funzioni, attività,
Erickson, 1999.
In genere si distingue tra cooperazione, che prevede una divisione
del lavoro da svolgere e collaborazione, dove invece si lavora
insieme su tutte le parti del progetto. Tutte e due le modalità implicano
una condivisione forte di obiettivi comuni e l’esistenza di reali
attività in cui i diversi apporti si integrano e fanno parte delle
molte correnti del movimento educativo del Cooperative Learning accomunate
dalla valorizzazione dei rapporti personali nell’apprendimento. Sulla
storia e le correnti del cooperative learning M.Comoglio, M.A.Cardoso,
Insegnare e apprendere in gruppo, LAS Roma, 1998.
Calvani, Comunicazione e apprendimento in Internet, Erickson,
1999, soprattutto il capitolo “Tecnologie e relazioni collaborative”
Desidero ringraziare la Prof. Sonia Mascheroni, collega di matematica,
per l’entusiasmo con cui si è avvicinata a questo metodo di lavoro.
Molte delle osservazioni e dei materiali qui presentati sono frutto
del lavoro comune e delle riflessioni che abbiamo condiviso.
Kagan, op.cit., pg.71 e 72
“Lavorare in team”, di A. Varani, in Didattica costruttivista e
ipermedia, a cura di Tarcisio Lodrini, F.Angeli, 2002
Nelle classi dei più grandi ho usato carte con termini geografici
da abbinare utilizzando la ricerca sull’atlante, oppure nomi di autori
e romanzi. L’importante è creare la situazione di un compito breve
e divertente, che susciti sorpresa. Inoltre la costruzione casuale
favorisce l’accettazione del gruppo. Nessuno può “brontolare” per
essere capitato con qualche compagno indesiderato.
Si tratta di una trascrizione della registrazione del dibattito con
due classi di seconda media, circa cinquanta ragazzi. Il lavoro è
stato così ricco da “prendere” quattro ore di intensa partecipazione
e di soddisfazione per tutti. Le loro riflessioni mi hanno aiutato
molto a capire meglio come utilizzare i modelli.
Alcuni dei percorsi: Dai piccioni viaggiatori alla posta elettronica,
passando dagli SMS; Internet: storia, strumenti e personaggi (con
riguardo particolare ad hakers e crakers ed all’uso delle chat nella
cultura dei ragazzi); Il racconto della seconda guerra nelle testimonianze;
La danza nella storia; La società italiana nei testi delle canzoni
anni ’60; I manga…
Queste classi lavoravano con me in laboratorio da due anni, erano
quindi tutti abituati a creare cartelle e sottocartelle di lavoro
per archiviare i materiali, ad usare la rete locale per scambiarsi
files, ad elaborare immagini e ad usare i principali programmi.
Sono stati usati anche testi vari e CD rom che, insieme agli indirizzi
internet, hanno costituito la bibliografia finale.
Gli
alunni coinvolti sono stati in totale 220 (due quarte e due quinte
elementari, tre prime medie, cinque seconde e quattro terze).
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