Modelli mentali e mappe concettuali
L’apprendimento
significativo comporta l’integrazione di nuovi elementi
alla rete di saperi preesistenti, la sua parte pregiata riguarda
quindi l’organizzazione delle conoscenze. Tuttavia è
molto complesso per un docente riuscire ad aprire una finestra
sull’organizzazione mentale dei propri alunni. Le produzioni
scritte ed orali, per come vengono generalmente impostate, rischiano
di dare una visione molto parziale di quanto è stato appreso,
visione che può essere distorta da molteplici motivi come
la tensione per il compito, la scarsa padronanza linguistica,
la difficoltà ad organizzare il discorso, la situazione
asimmetrica tra alunno e docente che sicuramente influisce sui
processi di costruzione della risposta, spesso infatti l’alunno
restituisce ciò che immagina l’insegnante desideri,
mirando alla sopravvivenza scolastica più che alla comprensione
significativa.
Modelli mentali (frames e script) e mappe concettuali possono
favorire il miglioramento di questa organizzazione e soprattutto
costituiscono uno strumento per esteriorizzare il pensiero rendendolo
accessibile all’alunno stesso, che se ne distacca ed impara
ad agire su di esso, anche attraverso il lavoro di negoziazione
e ridefinizione di concetti da parte del gruppo di lavoro, e all’insegnante
che può meglio rendersi conto delle difficoltà,
delle potenzialità e delle zone di sviluppo prossimale.
La complessità della mente e del suo funzionamento, il
modo in cui conoscenze ed esperienze vengono conservate nella
memoria e ri-presentate in situazione attraverso un’organizzazione
che permette e condiziona la codifica di nuove informazioni, ha
suggerito agli studiosi delle scienze cognitive diversi modelli
interpretativi. Tra questi i frames (Minsky, 1975) e gli scripts
(Shank e Abelson, 1977) sono strutture organizzative, unitarie,
astratte, coese e flessibili che possono avere una forte valenza
didattica, anche perché sembrano porsi in continuità
con le strutture biologiche e culturali.
È attraverso l'attivazione delle conoscenze conservate
in queste strutture, che possiamo riconoscere che un certo oggetto
è un veicolo, che un certo evento è un cocktail
party, comprendere storie, azioni, cause e conseguenze, ragioni
e scopi che caratterizzano l’agire umano.
Il processo di concettualizzazione sembra infatti avvenire attraverso
due fondamentali meccanismi che si strutturano nella prima infanzia
a partire dall’esperienza (Nelson, 1997, p.69-71):
· la strutturazione formale di eventi, cioè la costruzione
di script o copioni, una sorta di scansione temporale di sequenze
fattuali derivata dalla memoria episodica;
· la rappresentazione mentale di oggetti, delle loro funzioni
e caratteristiche, delle parti strutturali e delle relazioni tra
esse, che può essere schematizzata nel frame.
Queste due strutture si riferiscono a rappresentazioni mentali
che hanno lo scopo di raffigurare schematicamente eventi, azioni
e concetti, attraverso una gerarchia di dati organizzata e che
permettono di prevedere quali cose aspettarsi ed in quale ordine.
In particolare lo script funziona come una sorta di intelaiatura
concettuale, uno sfondo entro il quale i concetti iniziano a emergere,
dapprima legati al singolo evento, arricchendosi poi degli attributi
che ne consentono il riconoscimento anche in altre situazioni.
Così il bambino inizia ad elaborare copioni e concetti
scheletrici legati a situazioni contingenti che, ripetute più
volte, consentono la costruzione di uno script più generale
e decontestualizzato e di concetti più ricchi.
Per assegnare significato ad un oggetto, il bambino lo colloca
quindi nei modelli di attività che conosce e da cui astrae
i significati costruendo, a poco a poco e con il progredire dell’esperienza,
un concetto articolato che va a costituire la memoria semantica.
Così dal copione “giocare con la palla” si
costruirà il concetto di palla, con le sue dimensioni percettive
e funzionali, come oggetto che è rotondo, può essere
grande o piccolo, è colorato, di materiali diversi, cade,
rimbalza, rotola…
Sembra che il processo di astrazione attraverso cui si formano
i concetti sia sostanzialmente di tre tipi (Howard W., 1987):
- nel primo caso, che riguarda soprattutto i concetti quotidiani,
si costruisce un prototipo, cioè una rappresentazione mentale
costituita da un insieme di caratteristiche della categoria, caratteristiche
che gli individui tendono a possedere, ma non necessariamente,
come nel concetto di uccello: vola, costruisce il nido, ha piume,
becco, ali….ma si tratta di attributi tipici che non necessariamente
appartengono ad un singolo uccello reale;
- nel secondo si considerano uno o più tratti comuni ad
un insieme di oggetti, come nel concetto di mammifero o predatore
per cui il leone, lo squalo, il ragno hanno la comune caratteristica
di catturare prede; questi tratti comuni vengono anche detti definienti
in quanto imprescindibili per appartenere alla categoria e sembrano
più complessi da apprendere in quanto spesso sono astratti
o non corrispondono ad uno stimolo direttamente percepibile;
- recentemente si è avanzata l’ipotesi che una categoria
non sia in realtà rappresentata come un insieme astratto
di attributi definienti o come caratteristiche medie, quanto piuttosto
come collezione di esemplari. In questo modo non ci sarebbe il
bisogno di richiamare alla mente gli attributi tipici, ma solo
di ricordare gli esempi, anche se ciò richiederebbe una
memoria molto grande.
Howard sottolinea come ciascuna teoria sembri descrivere una delle
possibili strategie a disposizione del soggetto, l’uso della
quale dipende dalle modalità preferite dal soggetto stesso,
dal tipo di categoria, dalla situazione e dall’uso che si
intende fare del concetto.
Mentre alcuni concetti posseggono chiaramente attributi definienti,
spesso si tratta di concetti scientifici intenzionalmente costruiti
così, altri ancora sono rappresentazioni di prototipi e
altri sono esemplari , moltissimi tuttavia possono essere rappresentati
in tutti e tre i modi. Così un esperto possiederà
i concetti del proprio settore di interesse attraverso gli attributi
definienti, mentre un non esperto possiederà gli stessi
concetti a livello di prototipo o di esemplare. Lo stesso individuo
potrà inoltre passare da livelli diversi che testimoniano
l’aumento di conoscenza di quella categoria: da un primo
livello in cui si riconosce solamente un oggetto già incontrato,
ad un secondo in cui si costruisce l’identità dell’oggetto
riconoscendolo a diverse distanze ed angolazioni e ad esempio
dal vero o in una fotografia, ad un terzo livello di classificazione,
al quarto e ultimo di conoscenza formale nel quale si è
in grado di enumerare gli attributi definienti e le caratteristiche
e di distinguere gli esempi e i non esempi (Howard W., 1987, p.
164-167).
Inoltre i concetti differiscono tra loro in tipicità, così
se “passerotto” sembra un buon esempio di uccello,
“oca” lo sembra molto meno. Uno dei motivi per cui
ciò accade è dovuto alla tipologia di alcuni concetti:
alcuni raggruppamenti avvengono grazie al riconoscimento di somiglianze
di famiglia, una sorta di rete in cui ogni individuo è
un poco simile ad un altro, così avviene ad esempio per
il concetto di gioco, del quale non si riesce a dare una definizione
univoca e valevole per tutti i membri della categoria. Inoltre
i “confini” di molti concetti che usiamo quotidianamente
sono “mal definiti”, accade così che soggetti
diversi non concordino sulla loro classificazione categoriale,
la ricerca porta ad esempio il concetto di tazza e di scodella,
che è sicuramente influenzato dalla larghezza dell’oggetto,
cioè più è largo più tende ad essere
definito come scodella, tuttavia lo stesso oggetto in contesti
diversi può apparire più come tazza o più
come scodella (Howard W., 1987, p 127).
Come l’esempio precedente suggerisce, poiché i concetti
sono costruiti ad uso pratico i loro confini possono risultare
abbastanza mobili, allargandosi e contraendosi a seconda dello
scopo dei soggetti in azione. Anche la società nel tempo
allarga o restringe determinate categorie, ad esempio il concetto
di buona educazione o di pornografia, così come società
diverse possono avere confini differenti al riguardo.
Nella vita di tutti i giorni utilizziamo i concetti che appartengono
al livello base, o d’uso quotidiano, di una tassonomia,
questi sono generalmente:
- i primi ad essere imparati, si impara verosimilmente prima “cane”
che mammifero, quadrupede o setter irlandese,
- raggruppano esemplari abbastanza simili da essere rappresentati
in un’immagine visiva,
- tendono a generare comportamenti comuni, rendendosi così
facilmente riconoscibili.
Il livello base è tuttavia modificabile e questo avviene
quando l’uso pratico dei concetti richiede una definizione
maggiore, come nel caso di esperti in qualsiasi campo e come spesso
avviene in culture differenti (Howard W., 1987, p 115-119).
A questo punto si intuisce come l’”apprendimento di
concetti” indichi una certa varietà di modalità
operative e di complessità degli oggetti da apprendere,
inoltre è ancora diverso apprendere da esempi e apprendere
dal linguaggio. L’acquisizione di concetti da esempi può
essere molto lunga e difficile, specie per quei concetti di cui
abbiamo pochi esemplari a disposizione o per quei concetti scientifici
che hanno richiesto anni di osservazioni ed esperimenti per essere
tratti dall’esperienza. L’uso del linguaggio aiuta
molto in quanto indica gli esempi, le caratteristiche cui prestare
attenzione, le definizioni e i sinonimi, accelerando il processo;
inoltre per alcuni concetti astratti quella del linguaggio è
l’unica modalità possibile perché non esistono
esemplari percettibili, come ad esempio i concetti di infinito
e di giustizia.
L’insegnamento delle discipline dovrebbe tenere conto della
tipicità e flessibilità nella costruzione di concetti,
valorizzandone le implicazioni cognitive, storiche e culturali
e aiutando i soggetti che hanno maturato sistemi categoriali modesti,
soggetti cioè che non sono in grado di classificare correttamente
gli esempi periferici di un concetto in quanto non ne conoscono
un sufficiente numero di attributi che possono essere appresi
con l’insegnamento disciplinare, come vedremo più
avanti.
A scuola sarebbe opportuno partire dal livello base di un concetto
piuttosto che dai vertici di una tassonomia, per articolarla successivamente
verso i subordinati ed i superordinati, facendo anche osservare
come lo stesso concetto possa appartenere a tassonomie diverse
e a diversi livelli.
Secondo la Nelson la scuola è proprio il dispositivo sociale
che aiuta il passaggio, visto come processo continuo , dalla dipendenza
dal contesto fisico-percettivo mediante un tirocinio con concetti
liberi da contesto, basati su intelaiature logiche, costruite
mediante attributi definienti e ordinati in tassonomie, predisposti
nei saperi capitalizzati dalla cultura (Damiano E., 2004a, p59).
I concetti del bambino piccolo non sono fondamentalmente diversi
dai corrispondenti concetti degli adulti, ma acquistano il loro
significato ed il loro legame con altri concetti da un sistema
basato su copioni. Invece nei concetti formali la definizione
della funzione si sposta dal sistema fattuale e soggettivo ad
un sistema gerarchico in cui le informazioni della prima infanzia
possono ricollocarsi all’interno di un sistema logico di
relazioni, pur includendo la prima informazione funzionale e percettiva
((Howard W., 1987, p.87).
La formazione dei concetti deriva quindi dalle operazioni che
il soggetto compie e dalle interazioni sociali e culturali, perdendo
ogni pretesa di oggettività. Quest’ultima viene sostituita
da un maggiore o minore livello di condivisione all’interno
di una specifica comunità (Watzlaswick, 1976) . I concetti
sono dunque etichette convenzionali, appartengono infatti al contesto
storico e sociale, e possiedono una “coloritura” personale
derivata dall’esperienza di ciascuno, non corrispondono
alle cose in sé, ma al modello che la nostra mente ne elabora
nell’uso, che è sempre finalizzato ad un’azione
.
Script e frame si richiamano in un continuo intersecarsi di piani,
che possono essere compresenti in una mappa concettuale: la rappresentazione
gerarchica e grafica di una rete di concetti, eventi, teorie e
dei loro legami, che esplicita le conoscenze su un dato argomento
. Come nel caso di frame e script anche qui appare evidente il
continuo scambio con la memoria a lungo termine, quindi con le
conoscenze pregresse, solo a partire dalle quali è possibile
costruire apprendimento significativo. Il tentativo di ricordare
un concetto in modo meccanico, senza averlo compreso e “ancorato”
alle strutture preesistenti, esperienza che ha toccato tutti noi
come studenti, conduce inevitabilmente all’oblio.
Attraverso l’applicazione didattica di frame, script e mappe
concettuali, con un costante confronto sui significati e sulle
possibili e diverse interpretazioni della realtà, è
più facile superare i limiti tradizionali della trasmissione
di concetti e dello studio mnemonico, a favore sia di una espansione
e ristrutturazione della rete di saperi preesistenti, sia della
graduale acquisizione di competenze più profonde, quelle
metacognitive.
L’uso delle mappe concettuali nella didattica permette in
particolare di poter visualizzare il livello di comprensione e
di rielaborazione raggiunto dagli studenti e ne favorisce l’apprendimento.
Le mappe si configurano infatti come un potente strumento di strutturazione
del pensiero, di focalizzazione dei suoi meccanismi, di ambiente
per affrontare la comprensione e sviluppare i nuclei concettuali
delle discipline; un artefatto che, se utilizzato come elemento
qualificante di un ambiente didattico costruttivista, rende più
agevole il confronto e l’analisi tra strutture concettuali
appartenenti a persone diverse e la loro più alta sintesi.
L’uso dei modelli si intreccia anche con la riflessione
metacognitiva e con l’apprendimento sociale.
E’ importante analizzare insieme agli alunni le caratteristiche
dei modelli che imparano ad utilizzare, il tipo di domande da
porsi, i risultati ottenuti, quale sembra più adatto alle
loro esigenze , per arrivare infine a riflettere sul proprio stile
di lavoro. In questo modo ciascuno diventa consapevole del proprio
modo di imparare.
Quando una classe costruisce uno di questi modelli procede attraverso
una negoziazione ragionata per selezionare concetti e collegamenti
tra essi. Tali scelte sono subordinate all’interazione sociale
di accordo o conflitto col gruppo, lo stesso nodo disciplinare
viene preso e lasciato per ritornarvi in un secondo momento, discusso
ed approfondito da diversi punti di vista e in tal modo si effettua
un’esperienza di integrazione cognitiva, che viene infine
graficamente rappresentata. Così il modello o la mappa,
nel momento in cui viene costruita, organizza il senso delle informazioni
evocate .
In questa logica apprendere significa rinunciare al proprio rapporto
ingenuo con il reale ed investire consapevolmente in uno sforzo
notevole dal punto di vista psicologico e cognitivo. Acquisire
saperi significa esplorarli, riorganizzarli, vedere come nel tempo
e a seconda dei contesti si sono modificati ed aspettarsi che
cambino ancora; insegnare significa offrire modelli, schemi, strumenti
interpretativi non veri o falsi, ma più o meno adeguati
ad un contesto, più o meno potenti.
Se questa consapevolezza può sembrare disorientante, sembra
tuttavia possedere considerevoli vantaggi: favorisce l’abbandono
di stereotipi, l’apertura mentale, l’atteggiamento
critico e la disponibilità a continuare ad apprendere,
dovuta non solo alla crescita di informazioni ma alla loro costante
messa in discussione e rielaborazione.
Dal punto di vista della progettazione dell’ambiente di
apprendimento è importante che il docente riconosca quali
concetti è più funzionale trattare con il frame,
quali con lo script o con una mappa a seconda del tipo di lavoro
che si propone. Ad esempio lo script di “andare a teatro”
potrà essere utile per stendere un testo narrativo, il
connesso frame di “teatro” un testo descrittivo. Lo
script di una figura sociale servirà ad “ordinare”
le sue azioni tipiche, il frame a “collocarla” nel
contesto storico ambientale ed in relazione ad altre figure.
E’ fondamentale l’esperienza e la sensibilità
del docente rispetto al livello ed alle esperienze pregresse della
classe, rispetto alla tipologia di contenuto ed al suo scopo,
che potrebbe essere l’analisi o la stesura di un testo,
la descrizione di un oggetto, la progettazione di un ipermedia
o un lavoro specificamente metacognitivo.
I modelli sono utili anche per affrontare l’analisi e lo
studio di un testo disciplinare, da attuare in gruppi di lavoro
cooperativo nei quali gli studenti possano discutere, confrontarsi
ed aiutarsi reciprocamente.
Si comprende come consegnare ai ragazzi una mappa già costruita,
come avviene ormai in molti libri di testo, abbia poco senso.
Anzi, l’informazione così “condensata”
risulta ancora più astratta e decontestualizzata, spesso
rispecchia l’organizzazione mentale di chi ha scritto il
testo e permette quindi solo un lavoro di tipo mnemonico. Paradossalmente,
un testo anche lungo, ma ricco di concetti ben strutturati e di
esemplificazioni offre migliori possibilità di comprensione
rispetto ad un testo riassuntivo e schematico.
La nostra attenzione di docenti deve essere focalizzata sul processo
di costruzione di senso e sulla quantità di domande euristiche
che solitamente ne derivano. Questo non significa certamente che
il prodotto finale non sia importante, ma è necessario
accettare che possa essere anche notevolmente diverso da come
noi lo prefiguriamo.